Le Storie

1 giugno 2012

Oggi è il mio  compleanno. Lo festeggio anche così: provo a scrivere per me, ma anche per voi, amici lontani che in mille modi avete voluto sapere e capire che cosa sta accadendo qui. Il simbolo di questi giorni, per me è un’immagine che porto  impressa nel cuore: una casa spaccata a metà, una libreria piena esposta a sole ed acqua: una vita, con tutti i suoi piccoli oggetti inutili, che si interrompe così, senza una  ragione e senza una risposta.
E’ vero, sono oggetti inutili. Ma il pensiero di una casa che non c’è più gela il cuore anche al più francescano di noi, al più distaccato dalle cose materiali. Perché le cose non valgono di per sé, non nella mia vita almeno, ma per quello che  portano di emozioni e significati.
Ho girato – e continuerò a farlo – per  le comunità colpite, non per morbosa curiosità, ma per  incontrare voci e volti. Le persone dopo una domanda, mi dicono “grazie”, perché – e l’ho capito con sorpresa – hanno bisogno di tutto, anche di parlare, raccontare e pensare che, in questo sconvolgimento di cose, non sono sole. Allora stringere mani ed abbracciare ha un senso, allora farsi atterrire dalla desolazione serve per fare quel passo in più, per trovare la forza  per reagire.
Dove sta nascosta quella riserva di energia? Non lo so, ma c’è un angolo del cuore che nessuno di noi sa dov’è, prima che l’incredibile accada.  Ho ascoltato una signora, nella palestra attrezzata a dormitorio,  dire sorridendo che avrebbe buttato cose vecchie che non servivano più. Ho visto un giovane sacerdote chiamare per nome tutte le persone della sua città, tutte … La reazione istintiva, quasi animalesca, nel senso più bello del termine, della mia gente è qualcosa che ancora oggi mi fa sentire  senza pelle, con i nervi esposti e le lacrime sempre lì pronte a sgorgare. Il profumo del pane caldo, in una Cavezzo dal silenzio surreale, mi ha insegnato che la vita vince sempre, su tutto e ad ogni costo, ma che ci sono prezzi che non tutti possono permettersi di pagare, e allora sono quelle le persone a cui stare accanto, perché non possiamo permetterci di perdere nessuno, lungo la via.
E accanto a questo ho capito, per la prima volta nella mia vita, la paura. Lo so, mi direte che sono fortunata, se accade solo dopo 44 anni. L’angoscia che ti fa scappare gridando, con tuo figlio in braccio, mentre la terra è squassata e i muri crollano, che ti fa singhiozzare seduto a terra senza nemmeno la forza di camminare un po’ più lontano. Non esiste spiegazione, parola saggia, certificato che ti permette di lasciare da parte la paura, subito, di sconfiggerla. Il primo round  è suo, quasi sempre. Ho imparato a riconoscerla  e rispettarla,  la signora paura, ma non la voglio come compagna di vita. Non so più se sento le scosse o se tremo da sola, se devo scappare ancora o se non ha senso scappare, se finirà tutto questo.
Ma poi..
Poi so che non voglio vivere con quell’ospite scomoda ed ingombrante e vado a cercare piccoli segni di normalità: annaffio il basilico, abbraccio  i nipoti, continuo a lavorare, guardo uno che passa per le vie di Modena in bici fischiando una canzoncina e mi accorgo che mi viene un mezzo sorriso. Ho sempre gli occhi umidi in questi giorni, bastano una nota, una parola, un segno di affetto a farmi piangere. Poco poco, perché poi mi dico che io  di piangere non ho ragioni. Ma un po’ si, perché mi serve per restare lucida.
Ho bisogno, oggi più che mai, di cercare la bellezza, l’amore, anche l’ironia e il disincanto. Oggi che la bellezza sembra fuggita via, l’amore fa da supplente: la generosità immediata e concreta, spontanea ed anche un po’ confusa, di tutti i modenesi è commovente e lascia senza fiato. Non conosco nessuno che, per le sue competenze e con i suoi mezzi, non abbia fatto nulla per dare un aiuto, un sostegno, una parte di sé, di giorno e di notte, con le mani, il pensiero, il cuore, le ruote …
Quante storie ho raccolto:  una coppia dello Sri Lanka aveva appena finito di fare i documenti – lui in un allevamento, lei badante  – per portare qui i figli. Serve una casa per averli: una casa conquistata da loro a fatica e che ora è crollata, come le loro speranze. Una coppia con un neonato, che dormiva placido tra braccia ancora tremanti. Un prezioso quadro messo in salvo  da un mix di competenza, gratuità e passione. La parrocchia di Fiorano che adotta una trentina di sfollati, altre comunità che si gemellano, spontaneamente con quelle più colpite… Non c’è colore a questa serie di slanci, non c’è etichetta e non c’è bandiera: tutti sono per tutti e prego che questo non se ne vada  da noi, quando sarà andata via la paura
Ora c’è l’emergenza, ma poi verrà un dopo. Non ci voglio pensare ora, perché so che sarà lungo, difficile e  in salita. Ma so che ci sarà. E ci sarò anche io. Ve lo prometto.

Mariapia Cavani

Sono Mariapia Cavani, giornalista, 44 anni. Abito a Bomporto. Credo nel potere benefico della parola.

Discussion

No comments yet.

Post a Comment

TerreMoti racconto su facebook

Gallery

Le_parole_ai_tempi_del_terremoto 5 Le_parole_ai_tempi_del_terremoto 7 un-giorno-a-San-Felice (021) un-giorno-a-San-Felice (024) un-giorno-a-San-Felice (045) un-giorno-a-San-Felice (103) un-giorno-a-San-Felice (114) un-giorno-a-San-Felice (119) un-giorno-a-San-Felice (133) un-giorno-a-San-Felice (181) un-giorno-a-San-Felice (208) un-giorno-a-San-Felice (288) un-giorno-a-San-Felice (303) un-giorno-a-San-Felice (319)