Le Storie

Che palle, il terremoto.

Inkiostro per l’Emilia“Uh? Oh, che palle, il terremoto.” ho pensato. Non è stata certo la prima volta che in trent’anni di vita sono stata svegliata da una piccola scossa e mi sono girata dall’altra parte, infastidita per il sonno interrotto.
Per la prima volta, però, terminato di formulare quel pensiero, non è terminata la scossa. E nemmeno quando, a quel punto, sono balzata a sedere, con gli occhi sgranati e confusi nel buio.
Erano le quattro del mattino, e mia figlia aveva finito di vomitare per uno di quei virus misteriosi che colpiscono i bambini solo tre ore prima. In quel momento, le campanelle scacciaspiriti appese sopra la sua finestra chiusa risuonavano allegre mentre le pareti continuavano a tremare, ed io dal mio letto quasi senza rendermene conto mi precipitavo accanto al suo.
In quell’attimo la scossa è finita. Ci siamo guardate negli occhi, confuse. “C’è stato il terremoto?” mi ha chiesto lei. “Sì, ma ora è finito, non è successo niente.” ho risposto, accarezzandole la fronte mentre il tintinnio delle campanelle si spegneva.
“Cavolo, è stata forte, questa.” ho pensato, tornando con la mente a quand’ero ragazzina e ci fecero evacuare da scuola.
Nessuno nella mia zona è sceso in strada. In casa non si era spostato neppure un quadro o un soprammobile.
La mia mente è già sollevata: il terremoto era finito, e non era successo nulla. Ho preso il cellulare, mi sono seduta sul letto ed ho aperto Twitter: le prime notizie che arrivavano parlavano di chiese crollate. “Fortuna che è notte.”, ho pensato. “Sarebbe potuto morire qualcuno.” Le palpebre mi si chiudevano, ma oltre alle parole hanno iniziato ad arrivare anche le immagini, ed io ho iniziato a rendermi conto che questa volta non era stata solo la solita “rottura di palle”.
Poi, la notizia che nonostante tutto ancora non ritenevo possibile: “E’ crollato un capannone, ci sono sotto degli operai. Probabilmente morti.”
Poi la seconda scossa. “E vabbè, è l’assestamento, si sà”.
Ma nessuno ha più dormito. “Mamma, il mio lettino si è mosso!” ha detto mia figlia, prima di correre nuovamente al bagno a vomitare.
“E se dobbiamo uscire per una scossa con lei che sta poco bene?” ho pensato, senza minimamente immaginare che l’inquietudine che stavo iniziando a provare in quel momento sarebbe durata ancora per oltre un mese.
Quando finalmente al mattino le notizie e le immagini hanno raggiunto la televisione, la parola “terremoto” nella mia mente aveva già cambiato significato: non era più un fenomeno che “altrove” provocava morte e distruzione mentre “qui” disturbava di notte o ti faceva guadagnare qualche minuto di pausa caffè in ufficio. Il Terremoto vero era arrivato anche qui.
Ma ancora non avevo capito fino in fondo cosa significasse.
Da quel momento, la mia vita ha iniziato a procedere come in una strana dimensione parallela: da un lato, a casa, col passare dei giorni e delle scosse, i miei commenti sarcastici su Facebook e Twitter si affievolivano sempre più. Dall’altro vedevo le immagini della distruzione e non mi capacitavo che potessero riguardare posti a 30km da me.
E ad ogni nuova scossa, la persona che un tempo diceva “Che palle, il terremoto.” e che non capiva cosa avessero da agitarsi tanto i colleghi o gli amici che si spaventavano, lentamente è crollata.
Casa mia è ancora solida, i miei nervi no. Ho iniziato a trasalire ad ogni scossa. Ho tolto la vibrazione dal telefono cellulare perchè ogni volta sobbalzavo. Guardavo con sospetto ogni piccola crepa. Un rumore improvviso bastava per farmi venire le lacrime agli occhi.
Il Terremoto era arrivato e non andava più via.
Ed allo stesso tempo, cresceva il mio senso di colpa, perchè qui non s’è spostato neppure uno spillo, eppure mi permettevo di essere terrorizzata, quando c’era gente morta, gente nelle tende. Amici di Facebook, compagni di scuola. Mia cugina di Mirandola che ha vissuto per qualche istante il terrore di non riuscire a raggiungere sua figlia, nel buio, perchè un mobile era caduto davanti alla porta della sua cameretta e bloccava la maniglia.
Ho capito che il Terremoto non sarebbe più andato via.
Quando sono venuta a conoscenza dell’iniziativa Inkiostro per l’Emilia, sono corsa a farmi il piccolo tatuaggio per beneficenza: un cuoricino rosso spezzato dalla linea del sismografo.
E’ passato un mese da quel giorno, “poco più in là” si stanno dando da fare per ricostruire, ed io continuo a sobbalzare quando un camion passa vicino a casa facendo tremare le fondamenta.
Però un po’ meno. Porto la mano al cuoricino tatuato sulla caviglia, dove la pelle è ancora un po’ secca, e penso che stiamo guarendo.

Lara Babitcheff
Trent’anni, blogger, vegana ed appassionata di Londra. Ai primi del 2008 tramite un forum di cosmesi naturale conosce uno strano oggetto chiamato mooncup e ne resta incuriosita, senza immaginare che quattro anni dopo sarebbe stata l’autrice del primo blog italiano sulle eco-mestruazioni (www.ecomestruazioni.it) ed avrebbe aperto un’attività legata al ciclo femminile in chiave libera ed ecologica.

Discussion

No comments yet.

Post a Comment

TerreMoti racconto su facebook

Gallery

sulle-strade-del-terremoto 03 sulle-strade-del-terremoto 34 sulle-strade-del-terremoto 42 un-giorno-a-San-Felice (004) Le_parole_ai_tempi_del_terremoto 8 un-giorno-a-San-Felice (095) un-giorno-a-San-Felice (100) un-giorno-a-San-Felice (139) un-giorno-a-San-Felice (189) un-giorno-a-San-Felice (246) un-giorno-a-San-Felice (253) un-giorno-a-San-Felice (254) un-giorno-a-San-Felice (266) un-giorno-a-San-Felice (332)