Le Storie

Speriamo non sia morto nessuno

Verona
Conosco perfettamente il boato, gli scricchiolii, i lampadari che dondolano, il pavimento che si muove, i mobili che ballano, la paura. È il 20 maggio 2012, e alle 4 del mattino mi sveglio di soprassalto: c’è una scossa di terremoto, ed è forte! Anche mio figlio è in piedi, sembra tranquillo, lo abbraccio e mi consola.
Ora è tutto fermo. Tremo solo io. Si sente un brusio insolito per strada, tapparelle che si alzano, ciabatte assonnate di coinquilini che fuggono in pigiama giù per le scale, abbracciati al beautycase contenente i gioielli di famiglia e il blocchetto degli assegni. Io  guardo mio marito, che dorme come il puttino innocente di una fontana spenta. Lo chiamo, ma non risponde. Allora gli afferro un braccio e lo scuoto: «Andrea, Andrea! Il terremoto! Il terremoto!».
Apre un occhio: «Dove?».
«Qui, qui, qui!», dico continuando a scecherarlo come un aperitivo.
«No, non è il terremoto, sei tu che mi stai scrollando!», e si volta dall’altra parte continuando i suoi sogni.
Allora telefono alla mamma. Chissà che spavento avrà preso lei al quinto piano, se io ho avuto così paura al terzo.
La mamma è stravolta: «Ho pensato: “Ecco, adesso muoio e non ho ancora finito di stirare la biancheria!”».
Logico! Una sta per morire e a cosa pensa? Alle camicie spiegazzate!
Come il 6 maggio 1976 a Padova, al quinto piano di via Trieste 1, mentre in Friuli crollavano le case. Mia madre stava lavando i piatti e pensò: «Ora muoio e la cucina è in disordine!».
Assai disdicevole crepare in un terremoto lasciando piatti sporchi e federe da stirare!
Quella sera, il papà era a Milano per lavoro, e in Tv davano “Le 13 sedie”, film avvincente che stavo guardando con mio fratello Mario e di cui mai più riuscii a vedere il finale.
Io avevo otto anni, Mario sette di più. Quando avvertimmo la prima scossa, sussultoria, le poltrone ci fecero saltellare  stranamente, e mi sentii deliziosamente emozionata: «È  il terremoto?», domandai a mio fratello con eccitazione.
«Sì», rispose lui con aria esperta e per nulla turbata.
Ma dopo qualche secondo, si sentì quel boato e la casa cominciò ad ondeggiare violentemente, i libroni della Divina Commedia, illustrati da quel famoso pittore di cui non ricordo il nome, precipitarono dalla libreria, il quadro dipinto dalla bisnonna Giuseppina cadde, ed il vetro andò in frantumi, una lampada si rovesciò, e finii per terra anch’io, che correvo urlando verso mia madre. Mario mi aiutò a rialzarmi e cercammo di stare in equilibrio appoggiandoci l’uno all’altra fino ad incontrare in entrata la mamma, con i guanti di gomma rossa: aveva pensato di salvare noi, prima di finire di lavare i piatti. Spalancò la porta di casa e ci mise sotto l’arco di quella che sicuramente doveva essere una parete portante.
Fu allora che accadde il fatto più scioccante.
La dirimpettaia era uscita sul pianerottolo abbracciata ad una collezione di madonne di plastica bianca e azzurra piene di acqua di Lourdes.
Ne porse una a mia madre che, con mossa fulminea ed imprevedibile, svitò il tappo e mi versò l’intero contenuto in testa. Una sorta di secondo battesimo o di rito sacro propiziatorio.
Sarà anche stata di Lourdes, ma era fredda quell’acqua, e tanta.
Una bambina terrorizzata scappa in mezzo a libri e quadri che cascano dall’alto e, quando finalmente crede di essere al sicuro sotto al muro portante e la scossa finisce, ecco che riceve in testa un gavettone ghiacciato. Meno male che non frequento psicanalisti, altrimenti, scavando nella memoria della mia infanzia, verrebbero a sapere dell’inconsulto atto materno, interpretandolo come il trauma da cui dipendono tutti i miei problemi attuali, dallo sviscerato amore per la Nutella fino all’avversione per chi mi sbaglia impunemente il congiuntivo, dal terribile complesso di superiorità che mi sorge di fronte ai professoroni che blaterano cazzate ai convegni  fino all’ostinazione nel dire “chiocciolina” e “graffetta” anziché “at” e “attach”. Probabilmente scriverei una terribile lettera di 112mila battute alla mamma, rinfacciandole di avermi traumatizzata a vita con il santo gavettone.
Cerco di ripensare con ironia a quei fatti, per esorcizzare la paura che sto provando adesso.
E l’altro mio fratello?  Umberto, la sera del 6 maggio 1976 era alla riunione dei giovani della parrocchia. Come tutti i patronati, anche quello del Carmine era fatiscente. Sicché, la mamma – anziché asciugarmi i capelli con il fon come avrei desiderato io – ci fece precipitare di corsa giù per le scale e lungo il cortile del caseggiato per andare a scavare fra le macerie per recuperare la salma del suddetto fratello, il quale, fortunatamente ci venne incontro vivo, anche se ricoperto di calcinacci. «Speriamo non siamo morto nessuno», continuava a ripetere con occhio allucinato.
Purtroppo, invece, molti c’erano davvero, in quel momento, sotto le macerie in Friuli.
E adesso? Dove sarà l’epicentro di questa scossa? Accendo la tv. Le notizie sono molto confuse, si parla genericamente di forte sisma avvertito in tutto il Nord Italia. Dopo qualche minuto si ipotizza un epicentro nella Pianura Padana. Intanto vado su Facebook. Molti sono on-line, spaventati. Dai commenti degli amici emiliani, capisco che loro il terremoto l’anno sentito più forte rispetto a me. E ripeto quella frase, la stessa di quel maggio 1976: «Speriamo che non sia morto nessuno. Speriamo che non sia morto nessuno».
Sento un’altra scossa, un po’ più leggera. Di nuovo sono io a tremare, come la casa, e forse di più.
Su Facebook cominciano a comparire le prime foto di campanili crollati e vecchi edifici squarciati.  La mia frase cambia: «Qui temo che sia morto qualcuno, temo proprio che sia  morto qualcuno!». Vorrei sbagliarmi, vorrei avere torto. Purtroppo, la conferma arriva presto: un morto.
E invece i morti sono di più, e non è finita. Come le doglie di un parto, le scosse continuano con cadenza quasi regolare, più o meno in sordina, e tutti si aspettano da un momento all’altro un altro grande sisma. Non si dorme per giorni, o ci si accampa in soggiorno, pronti a infilare la porta d’ingresso e scappare, in un crescendo di tensione. Quindi il 29 maggio, alle 9 del mattino, sarà impossibile non scoppiare a piangere.

Anna Laura Folena

Nasce a Padova nel 1968.
Attualmente fa l’addetta stampa, continua a scrivere, conduce programmi alla Radio, la si vede spesso in Tv, modera dibattiti e aspetta ancora con curiosità ed entusiasmo l’arrivo… degli elefanti. Ogni giorno può succedere qualcosa in grado di stupirla positivamente.

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