Le Storie

Sulle strade del terremoto

Silvia ed io decidemmo di andarci insieme, per farci coraggio e vincere la timidezza. Progettammo quel giro in fretta, da Carpi risaliamo per la Motta e ci dirigiamo verso Cavezzo, ci siamo dette. Le tante deviazioni trovate per strada ci avrebbero più volte fatto modificare la mappa. Il desiderio di fotografare nelle zone del terremoto era qualcosa che ci aveva preso da subito: vedere, sentire, accogliere dentro di sé, trasmettere. Ci preoccupava il pensiero di essere invadenti e ci offendeva l’idea che ci prendessero per turisti della fotografia. Sapremo essere discrete, ne eravamo certe. Cominciammo il nostro giro da Fossoli, neanche uscite da Carpi. E già la realtà cominciava a farsi pesante. Interi isolati circondati dal fatidico nastro bianco e rosso, già visto anche a Modena, e silenzio da deserto e cocci e calcinacci e quelle crepe profonde fino al cuore. La tendopoli era un po’ più in là, un papà sorreggeva il suo bambino in bicicletta sul vialetto tra i teli blu. Niente obiettivo su di loro, niente persone, così avevamo deciso. Proseguimmo fuori dell’abitato, volevamo addentrarci nelle campagne. E le campagne ci resituirono presto tutta la loro tristezza. Era difficile capire se quel diroccare di tetti di antiche costruzioni fosse dovuto al tempo corrosivo o al terremoto. Finché vicino agli edifici non comparvero le tende e qualche segnale di vita vissuta. Ogni fabbricato, all’apparenza integro, aveva di fianco la sua barchessa crollata, gli animali in cortile e il gruppo di tende. La strada era interrotta, per Rovereto non ci si andava. La deviazione ci portò a Sant’Antonio in Mercadello. Mai sentito nominare, dissi. Strane conseguenze del terremoto che rimpicciolisce il mondo. Il paese si raccoglieva intorno alla via principale, silenzioso e stretto dai soliti nastri. Uno strato di cocci ricopriva il sagrato della chiesa anni ’60: sembravano foglie secche, ma non era autunno. Alcune persone parlavano animatamente, sedute davanti all’uscio di una casa, non facevano caso a noi. La tendopoli era un po’ più avanti. A Rovereto ci arrivammo in qualche modo. Parcheggiammo dove si poteva, a lato di un parco, in fondo le tende. Poliziotti erano a presidio delle transenne: la zona rossa si apriva al nostro sguardo e ci concedeva solo di girarle intorno. Ma tanto bastava per cogliere la disperazione degli squarci nelle case, del campanile sbriciolato sopra un tetto che non ha resistito. Resisteva il viavai delle auto che sfiorava il paese per recarsi nei luoghi di lavoro dove la vita non si era mai fermata. Pensammo di andare verso Novi ma le deviazioni continuarono a confonderci i piani. Ci ritrovammo su una strada per San Possidonio, sotto un argine meraviglioso – ci torneremo quando tutto sarà finito, bellissima bassa. E ancora fabbricati rurali e macerie e tende. All’incrocio, di là c’era Mirandola. Non fu difficile decidere. La città aveva una sua vita, intorno ai parchi e ai campi di tende. Gente in movimento, in bicicletta soprattutto, i semafori lampeggiavano tutti sul giallo. E la zona rossa, transennata, presidiata. Tante persone intorno in attesa di poter entrare, vigili del fuoco al lavoro su un campanile. Un giornalista si preparava alla diretta, sullo sfondo il castello silenziosamente si lasciava guardare le ferite. Pensammo che era ora di tornare a casa, occhi e cuore pieni. Sulla strada c’era Cavezzo. Lì le macerie delle recenti demolizioni ci ammutolirono con la loro crudeltà.
A Cavezzo ho pianto.

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