Le Storie

Terremoto

Il tre giugno scorso ho vissuto un’eucaristia all’aria aperta: nella mia Carpi, in quel Parco delle Rimembranze che mi ha visto mille pomeriggi da ragazzino a giocare a palline o a figurine.

Nulla di strano, si potrebbe pensare, se non fosse che nella quasi totalità delle altre chiese della mia diocesi stava succedendo altrettanto, in cortili o spiazzi erbosi: su una cinquantina di edifici sacri sparsi tra Carpi e la Bassa modenese, infatti, appena tre erano risultati agibili ai controlli tecnici dopo le terribili scosse sismiche del 20 e del 29 maggio. Penso, fra gli altri, al maestoso Duomo oggi a rischio crollo e a San Nicolò a Carpi, alle splendide chiese dei Pico a Mirandola, alle parrocchiali di Concordia, Novi, Rovereto, San Possidonio, Rolo, e così via; ma penso anche, per assonanza, all’ex campo di concentramento di Fossoli – anch’esso ulteriormente falcidiato dal terremoto – che ha registrato negli anni le preziose testimonianze di Primo Levi che vi ambientò le pagine iniziali di Se questo è un uomo, del prossimo Beato carpigiano Odoardo Focherini e del fossolese don Zeno Saltini, che in prima battuta vi collocò l’utopia della sua Nomadelfia, il villaggio “dove la fraternità è legge”.

Una chiesa, la nostra, che stava manifestando senza pudori, in quel modo, tutta la sua povertà e piccolezza, ma anche una prossimità estrema alla sua gente e alla sua terra, così crudelmente ferite. A un tratto, come per un’illuminazione, mi venne in mente che quel giorno si celebrava la memoria liturgica di Giovanni XXIII, morto – o meglio, ridato alla vita – il 3 giugno di quarantanove anni prima. E non ho potuto fare a meno di immaginare che il papa del Vaticano II avrebbe senza alcun dubbio sorriso bonariamente di fronte a quell’esperienza di una chiesa privata dei suoi bei templi storici e artistici ma capace di dire in mezzo alla confusione dei bimbi che giocavano poco più in là la cosa più importante di tutte in quel momento: che la Parola di Dio non viene meno, che l’amore prevale sulla morte, che occorre porci – in particolare nei momenti in cui tutte le certezze di sempre sembrano venir meno – nelle mani di Dio, con le nostre fragilità e la nostra voglia caparbia di ricominciare. Anche se sarà dura, molto dura. Anche se in queste settimane la chiesa carpigiana e diverse altre sue chiese emiliane sorelle sono ricche solo di paura, di stanchezza e di occhiaie. Io stesso, non posso negarlo, in questi giorni sto faticando a concentrarmi sulla preghiera, e spesso mi limito a un segno della croce (quello che mi hanno insegnato i miei genitori da piccolissimo) e a qualche interrogativo guardando il cielo. Eppure, nello spaesamento e nel dolore della mia terra e della mia gente e della mia chiesa si può scorgere un racconto di Dio. Tutto da decifrare, ma difficile da negare.

Del resto, eventi come quello che stiamo vivendo hanno il potere di farci sentire come siamo davvero: minuscoli, precari, ma anche incredibilmente unici e irripetibili. Come ha scritto Alessandro Bergonzoni con parole che potrebbero apparire urticanti, ma con cui siamo chiamati a fare i conti (pur se difficile, mentre la nostra terra continua a tremarci sotto i piedi): non solo le maniche, dovremo rimboccarci anche e soprattutto il pensiero, riflettere su quanto il pianeta intende dirci con avvenimenti simili, accompagnare l’urgenza della ricostruzione materiale con i primi timidi passi di una ricostruzione interiore, antropologica, intima. Mentre il mattone iniziale di una nuova speranza non potrà che essere l’educazione a un’idea della terra, dell’economia e del denaro completamente diversa da quella corrente. E se a noi colpiti dal sisma viene detto continuamente di resistere e di tenere duro (qui si dice t’gnir a bota, e lo sapremo fare), forse però la virtù più adatta in circostanze del genere è quella della resilienza: perché resiliente è persona o materiale in grado di tornare alla condizione originaria, dopo una prova d’urto. Anche se noi modenesi non saremo mai più come prima: e starà a noi, in primo luogo, decidere se saremo migliori o peggiori.

Brunetto Salvarani
Teologo e scrittore, è nato e risiede a Carpi (MO). E’ stato per due mandati assessore alla cultura del suo Comune. Dirige le riviste CEM Mondialità e QOL, e fa parte del comitato editoriale della trasmissione di RAI 2 Protestantesimo. E’ docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna. Ha scritto molti libri, il più recente è Il fattore R (EMI 2012).

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