Le Storie

Un giorno a San Felice

San Felice, 14.6.2012

14 giugno 2012. Ore 10,30. Partiamo da San Cesario con due macchine fotografiche, block notes e registratore, in direzione della Bassa. Non sappiamo ancora dove andremo di preciso, non abbiamo deciso un itinerario, ci affideremo all’istinto, seguiremo il cuore. Siamo partiti spinti dall’esigenza di voler vedere con i nostri occhi questa terra ferita e da lei ci lasceremo guidare. Per ascoltarla, raccontarla e non dimenticarla.

San Felice, 14.6.2012

Ci passano accanto le prime “rovine”, le prime tende montate nei giardini, camper e roulottes parcheggiate sui marciapiedi o nei cortili, come sentinelle davanti alle case… Bandiere che sventolano su davanzali abbandonati, su balconi pericolanti: ce ne sono veramente tante, come se tutte insieme lanciassero un segnale di speranza, in quel tricolore, unitamente a un grido di orgogliosa appartenenza, come se dicessero “non traditeci”.

Arriviamo a un bivio: Camposanto o San Felice? Oppure Finale… E perché non cominciare da Mirandola dove conosco una persona che da domenica è in cucina con la Croce Blu di Castelfranco? Poi potremmo andare a Cavezzo… Passare per Medolla… E sulla via del ritorno fermarci a Carpi: ieri mi ha telefonato un’amica, ha la casa agibile ma vive in tenda e vorrebbe ringraziare i tanti volontari che si stanno occupando della sua famiglia, si è sposata da poco, si era appena trasferita a Carpi…
Ma poi qualcosa mi dice di “scegliere” San Felice: sarà per il nome che, rispetto a Camposanto, è più “incoraggiante”, sarà perché proprio da qui è iniziato tutto, quella domenica 20 maggio 2012, alle 4,04 di mattina, epicentro di un sisma inaspettato, perché zona a basso rischio, sì… fino a un mese fa.

edicola

Ok, vada per San Felice, giriamo a sinistra, Camposanto lo faremo per ultimo, va bene così. Prima deviazione: c’è un ponte che il terremoto ha letteralmente spostato, non si può passare, cambiamo strada, passiamo per la zona industriale. Ecco i primi capannoni devastati, ma ancora “vivi”: ci sono operai al lavoro, all’esterno, impegnati a ricostruire. E altri capannoni che invece non sembrano riportare molti danni: ci sono operai al lavoro, all’interno, impegnati a costruire. Che facciamo… entriamo? No, lasciamoli lavorare.

San Felice, 14.6.2012

Andiamo avanti. Chissà se questa lunga crepa sull’asfalto c’era anche prima… Chissà se a quel semaforo mancava la “visiera” anche prima… Guarda… una bancarella di abiti, ma oggi non è giorno di mercato, è un negozio di abbigliamento che sta ricominciando sulla strada, sotto un gazebo, ed è solo.

San Felice, 14.6.2012

Parcheggiamo, andiamo a piedi, dai. Lasciamo la macchina in una piazza quasi vuota: dietro di noi c’è un parco e un accampamento dei carabinieri; alle nostre spalle c’è una casa in rovina, forse già da tempo perché dentro ci sono cresciuti gli alberi, sembra che sia stata colpita da una bomba. E c’è il Conad, aperto ad orario continuato e con tutte le porte aperte, anche quelle di sicurezza… Più avanti, c’è una bottega che vende frutta e pane fresco a prezzi ribassati e di fianco ci sono due negozi, gli unici aperti: una gelateria e una rivendita per animali… E poi due bancarelle affiancate, proprio sulla piazza dove abbiamo parcheggiato la macchina. Una vende giornali, l’altra pile e un po’ di chincaglieria. Avviciniamoci, iniziamo da questa edicola nata sul portabagagli di un’auto… Regola n° 1: non fotograferemo nessuno che non voglia essere fotografato, non intervisteremo nessuno che non voglia essere intervistato, saremo fotoreporter “gentili”, come lo siamo sempre, ma in questo caso di più. Gli sguardi che si posano su di noi, appena scendiamo dalla macchina con le reflex al collo, non sono rincuoranti: vorremmo rispondere che non siamo “turisti” e che non siamo qui per sentirci “migliori”, siamo qui per parlare di voi, oggi, e qui torneremo, un domani, affinché su questa terra sfregiata non cali l’oblio, quel silenzio che fa paura …

La Rocca

Mafalda e Francesco, suocera e genero, avevano un’edicola-libreria-cartoleria-articoli da regalo ben avviata in quel centro storico che adesso è “zona rossa”. Dopo il 20 maggio avevamo ricominciato: il loro negozio era ancora agibile. Anche la loro casa, ma non ci sono tornati più, perché “quando il terremoto ti sorprende nel sonno, non ce la fai a dormire nel tuo letto…”. Ma con il lavoro erano ripartiti, vincendo la paura. “La seconda scossa, quella del 29 maggio, ci ha dato il colpo di grazia. – raccontano – Il tetto del negozio ha ceduto e da allora siamo qui: in principio avevamo montato un gazebo, ma il vento si è portato via anche quello… Così ci siamo attrezzati nel baule della macchina, con un telo e un tavolino. I giornali li comprano in pochi: chi perché non vuole sapere più niente, chi perché preferisce comprare il pane. Avevamo anche una profumeria: ma chi lo compra un profumo adesso?”.

San Felice, 14.6.2012

“Devo ringraziare la mia collega di Rivara – aggiunge Francesco – che nelle prime due settimane mi ha permesso di andare davanti alla sua edicola, con un tavolino, per vendere i miei giornali. Del nostro negozio siamo riusciti a salvare computer e stampante, ma non i libri scolastici per il prossimo anno, che erano appena arrivati. Vendevo tante penne e adesso mi ritrovo solo con questa che ho in tasca… Questa sera abbiamo una riunione con il sindaco: tutti i commercianti del centro, circa 60, vorremmo avere delle risposte precise: continuare a lavorare è l’unico antidoto alla paura, l’unica via per ricominciare. Ma come? Cosa può fare il Comune per noi? Dall’amministrazione non arrivano segnali positivi per una ripresa immediata: ci sembra che siano un po’ lenti e che stia passando troppo tempo… Per il futuro abbiamo poche speranze: il sindaco è stato molto chiaro, oggi non ci sono soldi e chissà se e quando ci saranno, nessuno promette perché nessuno sa… Sono crollate case meravigliose: chi abitava in centro e sotto la propria casa aveva il negozio, in un colpo solo ha perso tutto. Chiediamo aiuti per le piccole imprese, ma sembra che per noi non ci siano fondi. E, oltre al danno, la beffa: ho pagato l’affitto di casa il 1° maggio… cinque mesi di anticipo, fino a settembre, 5.000 euro che il padrone di casa non intende restituirmi… E mia moglie, dipendente comunale, sta usufruendo delle ferie: anche il Comune è inagibile e si lavora solo per l’emergenza. Abbiamo due figli di 12 e 15 anni che devono mangiare… Cerchiamo di essere autonomi, ma fino a quando? Però abbiamo salvato la pelle, quindi possiamo ritenerci fortunati…”.

San Felice, 14.6.2012

San Felice, 14.6.2012

Quella di Mafalda e Francesco non era l’unica edicola del paese: c’era anche quella di Angela, proprio vicino alla rocca, nella zona rossa della zona rossa, che adesso si è trasferita in un gazebo con su scritto “edicola” con la vernice spray. Anche la sua casa è stata dichiarata agibile, ma anche lei non ci vuole entrare e con la famiglia dorme in un container.

San Felice, 14.6.2012

Andiamo avanti… Camminiamo in mezzo alla strada, sotto il sole cocente, fiancheggiando case che sembrano bombardate… E c’è silenzio, un silenzio strano, interrotto dal latrato di un cane, da una gru che puntella una casa, da un martello pneumatico che abbatte la torre Aimag e, sotto, qualcuno si ferma a guardare, in silenzio anche lui, scendendo un attimo dalla bicicletta, per poi continuare a pedalare, passare davanti alla sua casa o al suo negozio o al suo ufficio o a quel circolo di pittura nella torre del borgo che aveva fondato con tanta passione, restaurato da poco dal Comune, con 200 mila euro, un gioiellino che adesso non esiste più, al suo posto solo sassi, detriti, calcinacci, pezzi di vetro, brandelli di vita da fotografare per l’ennesima volta: ecco cosa rimane, polvere.

Passiamo accanto ai binari di una stazione che sembra “fantasma”, ma non lo è: i treni passano, rallentano e poi riprendono velocità, il macchinista si affaccia dal finestrino e si toglie il cappello.

San Felice, 14.6.2012

Un silenzio che opprime più del caldo, un silenzio che ti parla e ti si appiccica addosso: non è quel silenzio di quei ferragosto di tanti anni fa, quando le grandi città rimanevano deserte perché in blocco si partiva tutti per il mare… Non è un silenzio sereno, di pace: è una calma apparente, un’assenza di rumore satura di tensione. Non è la quiete dopo la tempesta, perché la tempesta è solo temporaneamente sopita, ma potrebbe risvegliarsi e nessuno può dire se e quando succederà, ma soprattutto quanto arrabbiata si risveglierà. Non ci sono bambini che giocano nei parchi o sulle strade, anche l’altalena davanti alla rocca è transennata, non ci sono cani né gatti, ma volantini su muri e pali della luce con le foto di animali smarriti proprio il giorno del terremoto. E cartelli di attività in attesa di trasferimento o che hanno cambiato sede operativa e ci tengono a comunicarlo: “ci siamo ancora”, un parrucchiere, un calzolaio, uffici, il nuovo orario e la nuova sede per la Santa Messa… Ci siamo ancora, nonostante tutto, non lasciateci soli.

San Felice, 14.6.2012

Camminiamo in mezzo alla strada, anche noi in silenzio, inconsciamente a debita distanza dalle case vuote, quasi tutte con le tapparelle alzate, le finestre aperte, un vaso di gerani che qualcuno non dimentica di annaffiare, nonostante tutto…

San Felice, 14.6.2012

Arriviamo davanti alla Rocca, a quella fortezza del XV secolo che è il simbolo di San Felice e il suo vanto: soltanto quattro anni fa era stato ultimato il restauro, ripristinato il fossato… E adesso è rimasta in piedi soltanto una torre, la Torre del Maschio. Una squadra di ingegneri e i vigili del fuoco la stanno mettendo in sicurezza: le crepe, viste “dal vivo”, fanno davvero paura, anzi… mettono tristezza, sembra un animale agonizzante chiuso in gabbia, la gente ci passa davanti e lo guarda morire lentamente. In silenzio.
“Abbiamo sempre speso tanto per la manutenzione del nostro patrimonio artistico: – dice Paolo, consigliere comunale di maggioranza, per la lista civica “Insieme per San Felice” – la Rocca era il nostro orgoglio… Anche la torre dell’orologio: l’avevamo appena rimessa in sesto con 80.000 euro. Energie, soldi, sacrifici di tutti che in una frazione di secondo sono andati perduti. La prima sofferenza è stata questa: veder crollare tutte le opere. Ho visto con i miei occhi, alle cinque di mattina, un pezzo del castello crollare… Non ci volevo credere: la rocca non poteva cadere, la rocca è “una rocca”. Non è la televisione, questa. E’ la realtà. Quando guardavamo il terremoto dell’Aquila o dell’Irpinia, poi spegnevi la TV e continuavi la tua vita normale… Ora la mattina ci alziamo, cerchiamo di spegnere la televisione, ma rimane sempre accesa…

San Felice, 14.6.2012

Avevo un’attività, un’oreficeria in centro: inagibile. – continua Paolo – Già c’era crisi del settore, ma adesso… della merce adesso non so che farmene: chi compra un gioiello? Sono disoccupato da un mese, con una famiglia di cinque persone. Dopo la scossa del 20 avevo ricominciato a lavorare, ma poi è arrivata quella di martedì mattina, che è stata più massacrante della prima: l’epicentro era a cinque chilometri da qui, in campagna il terreno si è alzato, il granoturco crescerà sulle onde… Voi che venite da fuori e arrivate qui non riuscite a rendervi conto: dovete entrare nelle case, ci sono danni ovunque, a casa di tutti. Basterebbe che lo Stato ci sollevasse dalle tasse per qualche anno e non credo che ci lasceranno soli: siamo l’1% del PIL nazionale”.

“Abitavo in centro, – dice Vanna, una psicologa che però non tratta l’argomento “terremoto”, perché “ci sono troppo dentro, sono una terremotata anch’io” – la mia casa è ancora agibile, ma per paura e prudenza dormo in roulotte, in un piazzale con altre famiglie: siamo in 25. Abbiamo formato un bel gruppo. E’ grazie a questa paura e prudenza che ci siamo salvati dalla seconda scossa del 29. La paura e la prudenza ci aiuteranno a riacquistare fiducia nella madre terra e nelle nostre case. Ma sarà una conquista lenta, dobbiamo rispettare il nostro sentire. Fiducia nelle istituzioni, invece, non ne abbiamo. Assolutamente no. Si mostrano con la solita facciata, anche costosa, come la visita di Napolitano. Qui non è venuto: era a Mirandola ma mi sono rifiutata di andare a vedere la parata. Dicendo “non vi abbandonerò”, in realtà, con quel “non”, ha fatto un’affermazione negativa…

San Felice, 14.6.2012

La verità è che nessuno si occupa di noi, noi ci stiamo occupando di noi. I sindaci dei paesi terremotati hanno chiesto che fossimo esentati dalle tasse, per tre anni e non per tre mesi: vorremmo solo questo, ci basterebbe questo, poi ci ricostruiremo da soli. I piccoli artigiani hanno perso tutto, devono ripartire… Per il resto siamo autonomi e autosufficienti, sappiamo di doverlo essere: il nostro dolore è vedere gente che ha perso tutto. Dobbiamo rimettere in piedi il lavoro, dobbiamo dare fiducia ai disperati, far ripartire l’economia. Non chiediamo assistenza: chiediamo di non avere altre tegole sulla testa, cioè le tasse”.

San Felice, 14.6.2012

Costeggiamo quel che resta della vecchia canonica: un cumulo di macerie. E pensare che qui, la notte del primo terremoto, ci dormivano 40 scouts: una tragedia evitata, per fortuna… Non ci sono più chiese, nessun rintocco di campane, l’ufficio postale è in un container, come la banca… Il sindaco lavora incessantemente: si alza alle 5 del mattino e va avanti fino a mezzanotte-l’una, anche lui non dorme in casa, è inagibile. E sono circa 1.800 le persone che vivono nei campi ufficiali gestiti dalla Protezione Civile delle province di Trento, Veneto e Liguria. Una tendopoli è gestita dalla Misericordie d’Italia; altri sfollati si trovano nella scuola media del paese che, come la scuola elementare, “ancora regge”. Quasi nessuno dorme più nelle proprie case, che siano agibili o inagibili, solo qualche anziano ha deciso “come morire” e non si muove dal suo letto: il 60% della popolazione, anche se ha la casa presumibilmente a posto, preferisce trascorrere la notte in tendopoli autogestite, nei camper o nei container, ovunque ci sono campeggi “spontanei”. I sopralluoghi dei Vigili del Fuoco vanno avanti a ritmo serrato: le richieste di verifica pervenute sono 2.500, la metà delle abitazioni controllate fino ad ora è risultata inagibile. E le case che erano state controllate dopo la prima scossa di terremoto sono dovute passare di nuovo al vaglio: la tendenza è quella di recuperare il più possibile, ma i miracoli non si possono fare.

San Felice, 14.6.2012

Il centro storico è il più colpito: per il 90% è impraticabile e si stima che il 50% delle abitazioni sarà da abbattere. E migliaia di euro vengono spesi per dar da mangiare a migliaia di persone, ogni giorno, almeno due volte al giorno. Aiuti arrivano da ogni parte, atti di generosità anche notevoli: la Panini di Modena ha regalato 10 camper, un gruppo di muratori si è reso disponibile a montare a proprie spese 15 casette in legno, materiale compreso… Tante gocce, che però non bastano mai. “Eravamo preparati a tutto, all’afa, alla nebbia, ma non al terremoto, – ci dice un sanfeliciano – qui il tempo scorre lento, non passa mai…”.

Piazza Matteotti

Pranziamo con un panino davanti alle rovine di una casa. Fa davvero caldo: compriamo qualche bottiglia d’acqua al Conad, anche se ci dicono che l’acqua viene distribuita gratuitamente alla “casa dell’acqua”, acqua minerale, freschissima, offerta dal Comune, la chiamano “l’acqua del sindaco”… Ma noi vogliamo dare una piccola mano all’economica e compriamo tutto quello che ci serve.

Piazza Matteotti

E ci mettiamo di nuovo in marcia…
Vorremmo visitare la zona rossa: ai giornalisti è consentito, ma occorre chiedere l’autorizzazione al Centro Operativo Comunale, registrarsi e poi passare “l’ispezione” ad uno dei varchi di accesso. Il vicesindaco in persona ci accorda il permesso. Indossiamo il casco di protezione e siamo pronti per una “visita guidata” nella zona rossa, entrando dalla porta supervigilata di Via Fossetta, scortati da un militare della Croce Rossa in tuta mimetica.
E’ forte il primo impatto: Piazza Matteotti, che fino a un mese fa era il centro della movida, adesso è una landa desolata… Se non ci fossero i vigili del fuoco impegnati a mettere in sicurezza edifici pubblici e privati, regnerebbe il silenzio più assoluto, quell’assenza di rumore che spaventa… C’è un frammento di un’arcata e qui, fino al 29 maggio, c’era la torre dell’orologio, ora ridotta in un cumulo di ciottoli. Tavolini di un bar impolverati, posaceneri rovesciati, sedie ribaltate, cicche per terra… Tracce di un passato che sembra lontanissimo… Percorriamo lo storico Viale Mazzini: cornicioni pendenti, abitazioni sbarrate a croce (“significa che all’interno sono crollati i piani, anche se dall’esterno sembra tutto normale…”, ci spiega il militare).

La Rocca

La Rocca

La zona rossa misura circa 500 metri quadrati: in fondo al viale si arriva alla Rocca, di fronte c’è la sede del palazzo municipale, parzialmente inagibile. E in fondo a destra, un mausoleo dell’epoca di Mussolini, senza più le statue ornamentali che, per prudenza, sono state rimosse. In fondo si scorge tutto il complesso della Curia: la parte più danneggiata del centro storico, dove solo i pompieri possono accedere. Alla fine della strada c’è un presidio fisso dei carabinieri, che con il Corpo Militare della Croce Rossa organizza ronde notturne per sventare atti di sciacallaggio, dall’orario di chiusura dei varchi d’accesso fino alle sette di mattina. I residenti e i commercianti possono entrare nella zona rossa solo per il “recupero beni”, registrandosi all’ULC e poi accompagnati dai vigili del fuoco.

Campo Trento

Per completare il nostro “giro”, non ci resta che visitare un campo della Protezione Civile. Non è facile accedervi, ci dicono, bisogna rivolgersi al capocampo e seguire una serie di protocolli, confidando nella disponibilità di una precisa scala gerarchica.

Ci riusciamo. Entriamo nel primo campo allestito a San Felice, la notte del 20 maggio, il campo più grande e più “difficile”, perché qui convivono per forza e non per scelta ben 14 etnie diverse: ci sono quasi 400 ospiti, dei quali solo un centinaio sono italiani. Gli altri, in maggioranza, sono di origine araba, magrebini, ma ci sono anche 40 indiani sikh e una giovane famiglia dello Sri Lanka.

Campo Trento

Campo Trento

E’ il campo Trento, istituito dalla Provincia autonoma di Trento, settore Protezione Civile. Parliamo con il simpaticissimo Bruno, volontario del soccorso per la Croce Rossa Italiana Brentonico. Prima di iniziare il “tour” accompagnati da Bruno tra le tende azzurre, fumiamo una sigaretta nella zona fumatori, che è anche il punto più ventilato del campo: perché qui non è consentito fumare vicino alle tende, com’è vietato l’uso di alcolici. Il regolamento è scritto in tre lingue (italiano, inglese e arabo), ma – soprattutto i primi tempi – non è stato facile farlo rispettare. Ci sono stati episodi di intolleranza, soprattutto tra islamici, bisticci tra di loro e una sorta di razzismo “al contrario”. Ci hanno raccontato che mentre una signora anziana, italiana, che da poco aveva anche perso il figlio (uno dei tre morti che piange San Felice), se ne stava per i fatti suoi a mangiare una braciola di maiale, di fronte ad un musulmano che l’ha aggredita verbalmente, in modo pesante, al punto da dover richiedere l’intervento del 118. Sul cibo, comunque, ci dicono che i malintesi sono superati (”erano solo fraintendimenti…”): lingue diverse, regole diverse, mentalità e abitudini diverse in una comunità nella comunità… Certo che in principio i musulmani si mostravano un po’ prevenuti e pretenziosi, richiedendo perfino di “fare la spesa” da un macellaio islamico. Alle loro donne, i più osservanti, portano da mangiare in tenda (“ci sono donne che non abbiamo mai visto”), c’è chi si lamenta per l’insalata con troppo sale e chi non è abituato a mangiare “tutti i giorni la stessa cosa”. Non è facile accontentare tutti, sarebbe più facile adattarsi: quasi 400 persone, ognuna con i propri gusti, dettati da usi e costumi differenti, tant’è che – forse per evitare “discussioni” – i volontari del Nu.Vol.A. (nucleo volontari degli alpini in congedo) di Trento, che qui sono in 15 e si alternano in turni di una settimana nella gestione della cucina, hanno appeso un cartello al muro: “Non usare assolutamente aceto e vino nelle pietanze, carne di maiale per i musulmani, carne di vacca e pesce per gli induisti”.

Campo Trento

Il campo Trento è una piccola città organizzata. C’è il centro operativo della Protezione Civile, una responsabile e un capocampo a cui riferirsi; sei volontari civili della Croce Rossa Italiana “H24” in turnazione di una settimana; quattro volontari del Corpo Militare della Croce Rossa che coadiuvano il lavoro dei vigili del fuoco, si occupano della sanità, girano per le campagne, effettuano il servizio d’ordine di notte; quattro guardie forestali del Trentino (addetti alla mensa e al passo carraio); due vigili del fuoco del corpo permanente di Trento (stipendiati) nel campo e altri vigili del fuoco (volontari) che invece sono in paese, impegnati in sopralluoghi, messa in sicurezza e recupero beni; poi ci sono i Pionieri, le giovani leve della Croce Rossa, che si occupano principalmente dell’animazione per i bambini; due psicologhe e squadre di ingegneri per le verifiche.

Campo Trento

La cucina è un blocco unico, mobile, dove è possibile preparare fino a 400 pasti all’ora, cuocere 15-16 kg di pasta per volta e 40 kg di spezzatino in un tegame enorme. Il cibo viene fornito dal Comune, le attrezzature sono del Nu.Vol.A. ed è tutto elettrico. I 15 volontari del Nu.Vol.A. lavorano incessantemente: la colazione viene servita alle 7,30 del mattino e si va avanti fino a mezzanotte, perché poi bisogna anche lavare le pentole… Hanno appena dato la merenda ai bambini che già affettano cinque casse di meloni per la cena. E lo fanno con il sorriso…

Nu.Vol.A.

Nu.Vol.A.

Circumnavighiamo il campo: ci sono 56 tende, alcune delle quali con un divisorio per ospitare contemporaneamente due famiglie, bagni e docce a volontà, spazi per la preghiera, laboratori per i bambini, sala mensa, un’infermeria, depositi attrezzatissimi dove si trova di tutto per i più piccoli, dai pannolini al latte in polvere, dai vestiti ai libri, e una lavanderia “su prenotazione” che carica ben 25 lavatrici al giorno: tutto gratuito. E ci sono due cagnolini, che sono un po’ le mascotte della tendopoli: Rocky e Ringhio, quattro anni in due, sfollati a quattro zampe.

Ringhio e Rocky

Ringhio e Rocky

E’ ora di tornare a casa: alla fine il cuore ci ha portati solo qui, a San Felice. Mentre ci avviciniamo alla nostra “valle felice”, più avanziamo e più scompaiono le case in rovina, le tende nei giardini, l’assenza di rumore… Ed ecco i bambini che giocano nei parchi, i cani al guinzaglio, i gatti randagi, la “normalità”. Andiamo avanti ma pensiamo a loro, alla bella accoglienza che ci hanno riservato, alla loro forza di andare avanti per continuare, più che “ricominciare”, consapevoli di riuscirci, anche da soli. Intanto è appena iniziata la partita Italia-Croazia alla televisione… Già, la televisione: per 90 minuti il dramma non andrà in onda, anche a San Felice.

Alessandra Consolazione
45 anni, giornalista, nata e vissuta a Roma fino a 16 anni fa, finché (per amore) è emigrata al Nord, a San Cesario sul Panaro (MO). E qui si è lanciata in una sfida: arrivare da Roma in un paesino di 6.000 anime e “raccontare” la vita di un’altra città, Castelfranco Emilia. Per farlo meglio, dopo aver collaborato per due quotidiani locali (Il Resto del Carlino e La Gazzetta di Modena), ha aperto un giornale on line (interattivo, per tutti e di tutti) dal titolo di duplice lettura: “La Carbonara Blog” (www.lacarbonarablog.it), dove in tre anni (praticamente da sola) ha pubblicato oltre 2.000 articoli in 175 pagine e 64 categorie, sfiorando 1 milione di visite (oltre 1.000 contatti al giorno). Predilige dare voce alla gente, raccogliere storie e raccontarle a chi vuol sentirle, definendosi “una volontaria della comunicazione”. Il suo mito? Anna Politkovskaja: “voglio fare qualcosa per gli altri attraverso il giornalismo, scrivendo di ciò che vedo”.

(Foto di Alessandro Accorsi)

 

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